NON SONO D’ACCORDO CON IL COMPAGNO FERRERO
Intervista a Fosco Giannini, direttore de l’ernesto
E’ uscita oggi (venerdi 16 maggio) su Liberazione un’ ampia intervista al compagno Paolo Ferrero, che già nel titolo (“Subito l’opposizione a Berlusconi. La costituente ? Spacca la sinistra “) appare “pepata” e provocatoria. Ne parliamo con il compagno Fosco Giannini, membro del Cpn, direttore de l’ernesto.
Molte e pregnanti sono le questioni che Ferrero pone, in vista del Congresso del PRC, nell’intervista su Liberazione. Vuoi provare ad entrare nel merito di tali questioni ?
Le questioni poste da Ferrero sono davvero rilevanti. Anticipo subito che oltre ad essere tali, sono anche – dal mio punto di vista – particolarmente disorientanti e (sul piano politico e culturale) equivoche, ed è dunque importante affrontarle e smontarle immediatamente…
Puoi iniziare ad affrontare la prima delle questioni poste da Ferrero: le ragioni della nostra drammatica sconfitta e delle responsabilità della stessa… Cosa pensi del modo con il quale Ferrero “legge” tali questioni ?
Lo dico con franchezza: è un modo particolarmente ambiguo e pericoloso, poiché non tende a rivelare la verità, ma tende – strumentalmente – a rafforzare un’idea di parte: quella – appunto – di Ferrero e della sua coalizione congressuale, un’idea volta a proporre una inesistente “terza via” tra la costituente di sinistra rilanciata da Vendola e Giordano (anche dopo la sconfitta) e il rilancio, in Italia, di un partito comunista di lotta e di massa, come noi lo proponiamo. Ma veniamo al merito. Ferrero individua due questioni quali basi materiali della sconfitta: la delusione provocata nel nostro popolo dal governo Prodi e la costruzione sbagliata della Sinistra Arcobaleno, sbagliata poiché condotta (parole di Ferrero) «attraverso un’operazione politica di vertice». Cosa vuol dire? Che se non fosse stata di vertice sarebbe andata bene? In verità è ciò a cui crede Ferrero, quando, riproponendo “la federazione delle sinistre” (con gli stessi soggetti dell’Arcobaleno…) rivela che la sua differenza dalla proposta congressuale Giordano –Vendola non è così grande e che, anzi, se non è zuppa è pan bagnato… Ora, Ferrero ha il buon gusto di affermare che lui stesso è da ritenersi uno dei maggiori responsabili della sconfitta, ed è vero: Ferrero è uno dei massimi responsabili della nostra disfatta, poiché ha appoggiato pienamente la linea del Congresso di Venezia, dove è stata ratificata la linea di tale disfatta, e ha appoggiato sino alla fine il governo Prodi, anche nel momento in cui si doveva invece rompere sul Protocollo del 23 luglio (welfare , pensioni, ratifica della Legge 30). Posso ricordare che i compagni de l’ernesto (chi parla al Senato e il compagno Pegolo alla Camera) avevano –al contrario di Ferrero – chiesto al Partito di non votare il Protocollo ed uscire dal governo, per non essere complici di una politica antipopolare che ci avrebbe (come è stato) fatto pagare prezzi salatissimi sia dal punto di vista dei rapporti di massa che dal punto di vista elettorale? Posso ricordalo?
Ma la questione oggi è: Ferrero ammette le sue gravi responsabilità, ma è come se volesse cancellarle per il solo fatto di averle ammesse. Non è così. Le responsabilità rimangono. E soprattutto vi è un punto su cui riflettere: Ferrero assume sì le sue gravi responsabilità (da costruttore – e non da comprimario - del Congresso di Venezia e da ministro complice delle politiche ultragoverniste ), ma non avanza autocritiche serie in relazioni alle cause strutturali della sconfitta. Quando, ad esempio, parla dell’Arcobaleno come un’operazione politica di vertice, non dice chiaramente che l’errore è stata la scelta in sè dell’Arcobaleno, ma dice che l’Arcobalerno si poteva fare meglio, attraverso più partecipazione e più relazioni sociali. Queste due osservazioni sono scontate, ma sono fuorvianti, poiché la questione vera, tutta materiale, è che attraverso l’Arcobaleno (o la confusa Federazione di sinistra che continua a proporre Ferrero) muore l’autonomia del partito comunista, e senza un partito comunista autonomo, forte, radicato e di lotta si spegne la più forte spinta anticapitalista e antimperialista; il quadro della trasformazione sociale si restringe all’interno di un orizzonte socialdemocratico (unità attorno a Mussi) e si indebolisce fortemente lo stesso obiettivo dell’unità delle sinistre. Peraltro, Ferrero, non avanza autocritiche nemmeno su di un punto cruciale che ha caratterizzato il Congresso di Venezia e che lo stesso Ferrero assunse completamente: la mitizzazione dei movimenti quali soggetti che avrebbero comunque sopperito al deficit di trasformazione sociale dell’Unione e che avrebbero accettato una sorta di divisione del lavoro col PRC, e, cioè, Rifondazione dentro il governo a mediare e i movimenti fuori a spingere a sinistra. Da dove viene questa mitizzazione dei movimenti, della spontaneità sociale? Da una sottovalutazione del ruolo del partito comunista che Ferrero ha condiviso strutturalmente con Bertinotti e che ancora – nell’essenza- fa propria quando, di nuovo, propone il superamento dell’autonomia comunista in una Federazione di sinistra su basi sociali.
Veniamo, allora, alla proposta strategica che avanza Ferrero, nell’intervista, relativamente al nuovo PRC. Che cosa dovrebbe essere per Ferrero?
Mi pare che la proposta di Ferrero sia – lasciami dire così - contemporaneamente chiara e confusa. E’ chiara quando dice: «Io penso ad una rete di relazioni stabili, tra soggetti organizzati e singoli…ecc..». E qui si riferisce chiaramente al superamento dell’autonomia comunista attraverso la riproposizione di una sorta di Izquierda Unida italiana (e ricordiamo quanto quel modello, in Spagna, ma anche in Grecia e in Finlandia, sia miseramente fallito e che prezzo abbiano pagato i partiti comunisti - in termini di autoliquidazione - all’interno di quelle esperienze) nella quale trascinare il PRC. Ma la proposta di Ferrero si fa, contemporaneamente, confusa, quando parla di rilancio del PRC. Ma questa confusione, è bene dirlo, è voluta e nel contempo classica: si lancia l’Izquierda Unida e, insieme, l’autonomia del PRC. Così si annebbia tutto, si disorientano i compagni e le compagne, come sono stati disorientati (e in ultima analisi “fregati”), un tempo, da Occhetto e poi da Bertinotti, che ora, attraverso Vendola e Migliore, ha almeno il pregio di dire le cose come stanno: fare una costituente di sinistra al posto del PRC. Anche Ferrero vuol fare la stessa costituente di sinistra (l’Izquierda) ma non lo dice chiaramente. L’ambiguità (che va smascherata) è il destino storico delle “terze posizioni”, e nel contempo è la loro pericolosità. Resta il fatto che se si vuole davvero rilanciare, nel nostro Paese, un partito comunista all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe, questo partito deve innanzitutto partire da una propria, profonda, autonomia: politica culturale, organizzativa, persino economica e che le inevitabili svendite di sovranità che comporta un’Izquierda minano alla fonte tale autonomia e lo stesso partito comunista. Vorrei rimarcare il fatto che l’autonomia (dai padroni e dalle forze di sinistra moderate), per un partito comunista, è stata sempre una necessità prioritaria. Ma credo che oggi lo sia più che mai, nella fase successiva alla sconfitta del movimento comunista e rivoluzionario e di fronte all’esigenza di rimettere a fuoco ( rifondare) un pensiero ed una prassi adeguate alla nuova fase.
Nella citata intervista a Ferrero vi è una domanda sul comunismo e Ferrero cita “i baffi di Stalin” e – alludendo a Vendola- il comunismo ridotto ad una “domanda”. Che ne pensi di questa riflessione di Ferrero?
E’ una riflessione di basso livello e di cattivo gusto: capisco l’allusione a Vendola, a proposito del comunismo ridotto ad una “domanda”, ma non capisco a chi alluda, quando parla di qualcuno che vorrebbe imbalsamarlo nei baffoni di Stalin. Forse Ferrero frequenta qualche vecchio stalinista a noi sconosciuto. Se invece allude (e credo che faccia questo) a chi di nuovo lotta per l’autonomia del partito comunista e per l’unità dei comunisti, credo allora che Ferrero scivoli su di una buccia di banana falsa e volgare, in quanto non c’è relazione alcuna tra la riproposizione di un partito comunista autonomo, l’unità dei comunisti ed i baffi di Stalin. Piuttosto, noto che Ferrero utilizza il più vecchio dei metodi, per liquidare l’autonomia comunista: quella volta alla comparazione tra comunismo e stalinismo, cosa che hanno sempre fatto i socialdemocratici, i padroni e che da anni fa anche Berlusconi. Ma quale stalinismo! Impegniamoci, piuttosto, a ricostruire, nella lotta sociale e nella ricerca politico-teorica aperta e non dogmatica, un partito comunista legato al movimento operaio complessivo, capace di interpretare le grandi contraddizioni sociali e dare risposte ai nuovi problemi posti dalla fase che viviamo: immigrazione, unità in senso anticapitalista dei lavoratori bianchi e neri, proletariato metropolitano, unità dei lavoratori “garantiti” e lavoratori precari. Siamo seri, per favore e lasciamo i baffi di Stalin alle inquietudini dei vecchi socialdemocratici .
Tuttavia, Ferrero indica cos’ è , per lui, il comunismo: il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
Scusami, ma , sinceramente, mi viene un po’ da ridere. Questa frase la ritrova ormai ovunque e quando non si sa cosa dire la si cita. Chi fa così la riduce a frase da cioccolatini perugina. Marx l’aveva coniata per indicare il fluire dialettico della storia e del processo rivoluzionario e lo faceva per evitare ogni schematismo nella lettura degli eventi. Tuttavia nè Marx, né Lenin, né Gramsci, né ogni altro grande rivoluzionario dell’800 e del ‘900 hanno racchiuso tutto l’orizzonte comunista entro questo quadro neoeracliteo, poiché se così fosse stato (o fosse) il progetto comunista sarebbe ben poca cosa, anzi sarebbe un nulla. Se il progetto comunista fosse solo ciò che indica Ferrero (restringendo Marx e l’intera storia comunista e rivoluzionaria al “movimento reale ecc…” il comunismo sarebbe privato di ogni progetto (che fine farebbe la ricerca della forma concreta del superamento dei rapporti di produzione capitalistici e dell’imperialismo internazionale? Del potere e della democrazia socialista?). In verità, enucleare quella concezione che cita
Ferrero dal contesto generale del progetto (e dell’esperienza concreta del comunismo) significa prendere una scorciatoia intellettualmente opportunista volta a non dire nulla per non impegnarsi e non sbagliare. In questo modo, però, si finisce solo per non dire assolutamente nulla, e quest’afasia politica e teorica è l’altra faccia della rinuncia a riproporre con forza e chiarezza l’esigenza (storica e sociale) del partito comunista.
Ferrero afferma anche che il progetto di costituente comunista sarebbe gemello al progetto di costituente socialista, poiché entrambi minerebbe il progetto di rifondazione comunista.
E’ sconcertante. Proviamo piuttosto a ragionare. Lo scorso 17 aprile il Manifesto, Liberazione e la grande stampa nazionale pubblicano un Appello di cento grandi personalità del mondo operaio e intellettuale. Esso indica tra le cause della nostra drammatica sconfitta la delusione provocata dal governo Prodi e il fatto che, attraverso la proposta dell’Arcobaleno, siano stati sottratti, al nostro elettorato, gli storici punti di riferimento comunisti e di sinistra. A fronte del disastro i cento dell’Appello avanzano una proposta: che il Prc e il Pdci tornino ad unirsi in un solo partito comunista, un partito di lotta che si proponga come cuore dell’opposizione a Berlusconi e motore di una nuova unità a sinistra, rispettosa delle varie autonomie (comunisti e forze di sinistra) e ben lontana dalla fallimentare e (letteralmente) immotivata precipitazione organizzativistica dell’Arcobaleno. A tale proposta l’intero gruppo dirigente del Prc (da Giordano a Ferrero) risponde – stizzito - di no. Il gruppo dirigente del Pdci risponde di si, chiarendo che il proprio partito è disponibile ad un processo di riunificazione, per tornare alle origini della rifondazione comunista e offrire un punto di riferimento alla vasta diaspora comunista italiana. Chi scrive è d’accordo con le tesi dell’Appello e rimarca il fatto che il no di Giordano e Ferrero sia stato assunto da diversi interlocutori (non certo dai comunisti “di base”) come scontato e non sia stato per nulla indagato. In verità il no alla proposta di riunificare i due partiti comunisti italiani non è stato adeguatamente motivato e l’unico barlume argomentativo – che ha unito Giordano e Ferrero - è stato quello (molto vago) secondo il quale il Prc avrebbe da tempo assunto un’ “innovazione” alla quale il Pdci sarebbe estraneo. Prendiamo le questioni di petto: un processo di riunificazione dei due partiti comunisti darebbe, se ben condotto, una nuova passione al popolo comunista, oggi disorientato e spinto all’autoliquidazione. Rispetto ad un obiettivo così alto dovremmo davvero ritenere un impedimento le innovazioni del Prc? Occorre, da questo punto di vista, soffermarsi su tali innovazioni. Sarebbe un’innovazione impedente la cancellazione formale, dal corredo teorico del Prc, della categoria di imperialismo? Crediamo di no, per il semplice motivo che essa è stata smentita dai fatti, nel senso che l’imperialismo è oggi più vivo che mai e che anche i dirigenti del Prc - di fronte alla durezza delle guerre imperialiste – tendono a rimuovere la loro precedente tesi. Sarebbe un’innovazione impedente la fragile teorizzazione bertinottiana secondo la quale il ruolo di intellettuale collettivo non dovrebbe essere più assegnato al partito comunista, alla sinistra, ma direttamente allo spontaneismo sociale? Non crediamo: è stato lo stesso Alfonso Gianni, testa pensante del bertinottismo, ad affermare, dopo la sconfitta elettorale e il voto operaio passato alla Lega, che il senso delle masse si è perso e che è ormai tempo che siano i comunisti e la sinistra a ricostruire un senso politico e di massa. Sarebbe un’innovazione impedente l’ormai ingiallita teorizzazione bertinottiana secondo la quale la rottura da parte del Prc con il primo governo Prodi doveva essere una rottura “fondante” della stessa rifondazione comunista? Il nefasto governismo dell’ultimo Prc ha smentito clamorosamente tale teorizzazione e ha posto il problema, per tutti i comunisti, di uscire dal rischio del cretinismo parlamentare e tornare alla testa delle lotte. Sarebbe un’innovazione impedente l’assunzione da parte del Prc della categoria della non violenza? Lo sarebbe se essa si trasformasse in una rinuncia al conflitto e alla trasformazione sociale. Poiché nessuno, nel Prc, interpreta la non violenza in questo senso, la questione appare di lana caprina, poiché non vi è un comunista, nei due partiti italiani, che pensa alla lotta armata e alla presa, lunedì prossimo, del Palazzo d’Inverno. Sarebbe un’innovazione impedente l’affermazione (Bertinotti-Gianni) di qualche tempo fa, secondo la quale «i grandi pensatori e i rivoluzionari del ’900 sarebbero tutti morti e non solo fisicamente» ? Non crediamo, poiché la sua estemporaneità non le ha permesso di ucciderli davvero, anche nel senso comune dei dirigenti e della base Prc.
Qual è il punto vero, dunque, rispetto alla proposta avanzata dai cento dell’Appello, assunta dal gruppo dirigente del Pdci e volta al rilancio - attraverso la riunificazione e la rimessa in campo di una forza di opposizione sociale - di un partito comunista, dai caratteri di massa, in Italia?
Ci sembra chiaro: il punto vero è se si vuole o no ricostruire il partito comunista. Se non si vuol farlo lo si dica chiaramente, senza cercare astruse motivazioni. A noi sembra che il rilancio di una forza comunista, anticapitalista, non sia una questione ideologica ma un’esigenza sociale (la guerra segna il nostro tempo e il trasferimento di quote di salario verso il profitto è il più imponente da 50 anni a questa parte). L’esigenza dell’unità dei comunisti trova oggi, per realizzarsi, un terreno favorevole. Chi si sottrae a tale compito vuol dire che pensa a costruire qualcosa d’altro, a rianimare il cadavere dell’Arcobaleno. E se ne assumerà la responsabilità.
Dunque, non sei proprio d’accordo su nulla, con Ferrero?
No, su un punto sono d’accordo: che occorre ripartire dall’opposizione a Berlusconi. Ma ciò lo si può fare a partire dal rilancio di un partito comunista forte, che nel conflitto esprima anche un progetto di trasformazione in senso socialista e sia il cuore unitario della sinistra d’alternativa.
di Yassir Gorezt
L'ERNESTO del 16/05/2008
Allo scorso Comitato Politico Nazionale del P.R.C. è stata presentata la mozione congressuale denominata "dei 100 Circoli", sottoscritta da diversi componenti del CPN (Bettarello, Giannini, Masella, Pegolo, Simoni, Verruggio, Bellitti, Benni, Catone, D'Angelo, Ghaderi, Malerba, Manocchio, Minghetti, Maringiò, Merlin, Miniati, Rancati, Schavecher, Sconciaforni, Sema, Trapassi, ecc.) .
La titolazione del documento è "RIFONDARE UN PARTITO COMUNISTA PER RILANCIARE LA SINISTRA, L'OPPOSIZIONE E IL CONFLITTO SOCIALE".
La mozione è frutto di un lungo e plurale lavoro, partito dai territori e dall'appello dello scorso autunno "Un congresso per rilanciare i movimenti e l'autonomia del PRC", promosso da cento circoli (di qui la denominazione) e che ha raccolto migliaia di firme, in tutta Italia, di iscritti e militanti di base del Partito, di segretari di circoli e di federazione.
Hanno concorso alla presentazione ed alla elaborazione numerosi compagni e varie aree del PRC, provenienti da mozioni e percorsi storici diversi (L'Ernesto, Controcorrente ex III moz., Area Ottobre, ex-compagni della IV mozione, Autoconvocati di Firenze, ecc.), tutti accomunati dall'idea di contrastare con forza il rischio reale di sparizione dallo scenario politico di una forza comunista e porre in essere un concreto baluardo a difesa del superamento del PRC da parte dei "liquidazionisti".
Nonostante il catastrofico fallimento dell'Arcobaleno, purtroppo, la tendenza a proseguire ancora verso quel nefasto progetto dissolutorio persiste pericolosamente nelle proposte congressuali che oggi vanno a definirsi. I compagni potranno rendersene conto da soli.
"Chi non riconosce i propri errori è destinato a ripeterli!" E, infatti, il gruppo dirigente della maggioranza del Partito, nonostante il tracollo elettorale e la sconfessione della propria linea politica, se n'è guardato bene dal fare una doverosa e rigorosa autocritica, come insegna la prassi marxista.
Si tenta, piuttosto, di eludere il necessario dibattito sui contenuti e sulle prospettive con "taumaturgiche" candidature d'immagine e slogan astrusi e vacui, che poi nascondono la sostanza di sempre: superare Rifondazione Comunista verso un soggetto unitario aclassista e vagamente di sinistra (c.d. "nuovo spazio pubblico").
Ma oggi cos'è la sinistra? L'Arcobaleno è polverizzato e definitivamente defunto (ammesso che fosse mai stato in vita!): buona parte delle sue componenti (SD e Verdi) veleggiano ormai spedite verso il Partito Democratico. Il PDCI rivendica la propria disponibilità ad avviare un processo costituente di un nuovo partito comunista e si tira fuori. Cosa resta realisticamente da aggregare a sinistra?
L'Arcobaleno è esploso. Precipitazioni organizzativistiche, unitarie o federate, rivendicate nel dibattito congressuale, che vorrebbero ancora rianimare un progetto fallito e fallimentare nella società e nella realtà, sono assurde e senza prospettive. Processi politicisti di questo tipo, nelle condizioni date, non possono che finire tendenzialmente assorbiti dal PD, in una sinistra interna e compatibilizzata, approdo definitivo per la cancellazione di un riferimento comunista autonomo nel nostro paese. Con buona pace dei Padroni!
Non esiste alternativa che ripartire realmente da PRC, ma non per diluirlo o esautorarlo. Oggi, con le destre xenofobe e seccessioniste al potere, abbiamo un bisogno vitale di un Partito Comunista. Ne hanno bisogno i lavoratori e i ceti deboli.
Occorre perciò chiarezza sulla proposta politica e sulle prospettive di questo congresso. E' tempo di riappropriarci dei nostri spazi politici e riconsegnare l'organizzazione comunista ai propri militanti. E' tempo che la parola e il potere ritorni definitivamente alla base.
Adesso o mai più, bisogna far sentire la nostra voce per salvare il PRC -e non come slogan!- per ritornare alle motivazioni originarie della rifondazione e per rilanciarlo verso un percorso di costruzione di un grande riferimento comunista e anticapitalista.
Auspichiamo, infine, che tale mozione, lungi dall'essere esaustiva e definitiva, possa essere ancora arricchita da ulteriori proposte e emendamenti dal basso, nei congressi dei circoli.
Ricordiamo che la mozione presentata al CPN è ancora provvisora e suscettibile di ulteriori correzioni e aggiustamenti (certamente non sostanziali) fino a lunedì 19 maggio, giorno in cui dovrà essere consegnata la versione ufficiale e definitiva.
Apprendiamo dalle pagine del puntualissimo telematico di informazione Primonumero che il Comune di Termoli, esautorato da qualsiasi incidenza al Cosib, potrebbe optare per il recesso dal Consorzio Industriale. Questa potrebbe essere l'ipotesi estrema pensata dal Sindaco Vincenzo Greco, dopo gli annunciati ricorsi al TAR, ritenendo illegittima e creatrice di conflitti istituzionali la legge regionale di riordino, approvata da tutta la maggioranza di centrodestra. Si potrebbe eventualmente indire un referendum cittadino e dare la parola al popolo termolese sulla vicenda.
La situazione che si è venuta a determinare è effettivamente paradossale. Termoli, il cui Nucleo industriale insiste per il 95% su propri territori, oggi verrebbe a contare assolutamente come qualsiasi altro Comune, che magari non ha ancora conferito nulla in termini di territorio.
Questo assalto al COSIB da parte dei più sperduti Comuni, avvenuto in una assurda logica da "corsa all'oro", è maturato in una situazione politica particolare e senza precedenti. Vale a dire, nel momento in cui i cittadini di Termoli, in assoluta discontinuità col passato, esautorano la scaduta e becera dirigenza democristiana ed esprimono una amministrazione che intraprende un azione di forte moralizzazione e di rilancio del proprio territorio e delle proprie risorse, in termini economici, ambientali, culturali, turistici, ecc.
Una per tutte citiamo la strenua battaglia contro la cementificazione selvaggia, che, invero, ha incontrato notevoli resistenze trasversali in seno al Consiglio. In questo quadro maturerebbe l'intervento innovatore di Termoli anche nell'area consortile, che dapprima opta per una rappresentanza politicamente plurale della propria delegazione all'assemblea (prima volta!) e successivamente apre (per la prima volta e con i propri voti) all'ingresso nel Comitato Direttivo ai due Comuni limitrofi di Guglionesi e Campomarino.
La strada di un rilancio del territorio bassomolisano e di una armonizzazione dei processi di sviluppo dei piccoli Comuni con il polo urbano appare tracciata. Il primo passo avrebbe dovuto essere l'esautorazione della nefasta presidenza "ciellina e cidiellina", quella che, per intenderci, ha favorito l'atterraggio della turbogas, con una gestione negativissima e autoreferenziale di quell'area.
Qualcosa a questo punto accade e in alto si avvertono i primi timorosi sussulti. Infatti, si era appena alle nomine (dicembre 2007) quando la Giunta Regionale elabora "nottetempo" un proposta di legge volta sostanzialmente ad impedire qualsiasi rovesciamento degli equilibri di potere e ad attuare d'imperio un commissariamento regionale di quell'Ente. La prova viene superata con il temporaneo accantonamento di quella legge, a cui si oppongono anche elementi della stessa maggioranza del Consiglio Regionale.
Si pareva in condizione di ripartire, ma ecco che avviene qualcosa di assolutamente imprevisto, il Comitato Direttivo del Cosib, composto per la maggioranza di elementi politicamente di centrosinistra, non solo non è in grado di sovvertire la Presidenza ma attua una spudorata politica alleantista con la stessa. Una nuova e inedita maggioranza tra esponenti della Margherita/DS con gli altri della Casa delle Libertà vede così la luce. Si intuisce -forse ci sbagliamo?- anche il patrocinio di un noto assessore regionale e di un onorevole del capoluogo nella regia politica di questo "parto osceno", visto che nessun dirigente apicale dei partiti politici coinvolti sembra particolarmente scomporsi a questo imbarazzante ibrido politico, da noi sempre denunciato pubblicamente.
Dunque siamo alla sperimentazione e alle prove tecniche di "inciucio" che addirittura preconizzano il successivo e squallido asse nazionale "veltrusconiano", che consegnerà al Cavaliere di Arcore la Presidenza del Paese. Ovviamente la labile difesa di costoro è nella consunta e poco credibile politica del fare (...fare cosa?) e del pragmatismo, attraverso la quale si supererebbe, a loro dire, qualsiasi appartenenza tardo-ideologica o logica di steccato politico.
Insomma "...Volemose tutti bene!".
Si ritorna alle fosche origini in cui il Cosib torna ad essere uno "scrigno inaccessibile" e decide il CD verticisticamente sulla totalità dei provvedimenti (escludendo i componenti dell'assemblea persino dall'accesso agli atti!). Decide di indirizzi e di atti rilevanti, profonde incentivi e nomine. Molti di questi si apprendono per lo più dai giornali (in barba alla decantata partecipazione democratica dei territori!).
Era dunque questa l'innovativa "politica del fare"... Vecchia come il cucco! Sfuma qualsiasi proposito di discontinuità e di rilancio innovativo e armonico del territorio bassomolisano, anzi, inizia una vera e propria "politica di guerra" unilaterale contro Termoli, strumentalizzando alcuni Comuni e coinvolgendoli in una operazione pericolosa e autodistruttiva, senza prospettiva e senza logica, a cui si aggiunge l'interessato e squilibrato intervento legislativo regionale. La sfacciata e incapace Presidenza dell'Ente continua ancora adesso ad addossare a Termoli le responsabilità della propria gestione praticata scientemente in modo accentratore e contro il polo urbano adriatico, in una interessata logica di campanile. Ci pare francamente poco credibile accusare altri di ostilità quando poi qualcuno decide per tutti, senza coinvolgimento nei percorsi decisionali. Solo offensive strumentalità.
La partecipazione democratica è ben altro dalle promesse di prebende e contumelie, ma i fedeli servitori consortili la conoscono così bene da temerla come la peste. Se le comunità avessero davvero contato (e non le hanno mai fatte contare!) tante sofferenze e tanti veleni ce li saremmo davvero risparmiati. Ma questa è altra storia...
All'immediata reazione politica del Sindaco e delle altre forze politiche (tra cui anche il PRC, i membri dell'assemblea del Cosib, Consiglieri, ecc.) a questa gravissima estromissione di Termoli, il costituendo Partito Democratico locale (invero la parte fedelissima alla guida campobassana) apre contemporaneamente e parallelamente una lacerante crisi nell'amministrazione della cittadina adriatica. Crisi anch'essa trasversale, vista la convergenza dei dissidenti con l'opposizione di centrodestra in diversi provvedimenti.
Questa è la prova provata di una regia alta e pianificata puntigliosamente contro gli indirizzi dell'amministrazione di Termoli, che evidentemente destabilizzano e tolgono il sonno a qualcuno... Il resto è storia abbastanza nota.
Ci si trascina così sino al rinnovo delle nomine e alla agognata risoluzione definitiva del mandato presidenziale, che da Statuto, ha già compiuto i previsti tre esercizi di bilancio dell'Ente. Questa volta, però, alcune premesse paiono sensibilmente mutate, le elezioni hanno ridisegnato nuove geografie politiche: i maggiorenti del PD (fautori dell'inciucio e della crisi) registrano una sonora mazzata, il centrodestra a Termoli è sorpassato di misura (smentendo l'ipotesi di un drastico calo di consensi popolari dell'amministrazione adriatica) e alcuni Comuni ribaltano i propri equilibri, tra questi Guglionesi, il cui referente apicale è stato attivissimo e trasversale esecutore della politica economico-bellica della mors tua vita mea! Lo stesso bilancio di Termoli, forca caudina attraverso cui Greco poteva traumaticamente terminare il suo percorso politico, passa infine "sine verba" da parte dei dissenzienti esponenti democratici. Segno inequivocabile di una crisi indotta e non riconducibile a rilievi di merito programmatico. Di tanto clamore alla fine riescono, infatti, a elaborare solo una sorta di nuovo "manuale cencelli" termolese, per la lottizzazione del potere.
A questo punto, però, la Regione interviene prontamente a "mettere una pezza" e rimette in moto l'iter di approvazione della legge di riordino dei Consorzi Industriali. Persino l'opposizione del centrodestra termolese è perplessa sul provvedimento e lo esprime attraverso un Odg approvato all'unanimità in Consiglio Comunale. Ma le febbrili trattative intraprese con la Regione per arginare il danno sono pressoché inutili e la legge passa senza batter ciglio. Siamo nuovamente "punto e a capo".
Viene spontaneo a questo punto chiedersi: perché l'amministrazione di Termoli oggi fa così tanta paura?
In ricordo di un uomo libero e omaggio ad un ribelle.
Trenta anni fa, esattamente la notte tra l'8 ed il 9 maggio 1978, un giovane siciliano di Cinisi veniva letteralmente fatto saltare in aria da una carica di tritolo posta sui binari della Palermo-Trapani.
Cercarono di far credere che la sua morte fosse stata causata da un atto terroristico finito male oppure da un suicidio ma non era così, la verità era un altra, quel giovane era stato assassinato dalla mafia.
Quel giovane era stato ucciso perché aveva osato denunciare pubblicamente il malaffare, la corruzione, la speculazione, la devastazione del territorio, il ricatto e tutte le ingiustizie sociali della sua terra.
Quel giovane ha trovato la morte perché diceva la verità, perché era un uomo libero, perché non chiudeva gli occhi di fronte agli orrori che quotidianamente violentavano la sua terra.
Quel giovane doveva morire perché aveva osato accusare politici e mafiosi. Quel giovane siciliano era Giuseppe Impastato conosciuto da tutti come Peppino.
Peppino era un giornalista, un attivista politico, un comunista; era candidato alle elezioni comunali del suo paese, a Cinisi in Provincia di Palermo, la mafia lo ammazzò in piena campagna elettorale ma i suoi concittadini lo votarono lo stesso e fu eletto in Consiglio Comunale.
A trent'anni dalla morte non va dimenticata la sua figura ma è importante ricordare le sue lotte sociali e politiche, perché la sua lotta lo ha portato a scontrarsi con il suo stesso padre (legato alla mafia); perché la sua lotta lo ha portato alla morte.
Peppino è stato ucciso perché provò a svegliare le coscienze dei suoi concittadini e della sua stessa famiglia, Peppino è stato ucciso perché si era ribellato al potere mafioso ed alle connivenze politiche.
Peppino è morto ma noi non vogliamo dimenticarlo; con le sua denuncia di tutte le coperture dell'Italia delle cosche è una figura che dopo trent'anni appare più viva che mai.
In memoria di Peppino per il nostro futuro.
Marco Cataldo
Dichiarazione di Gianluigi Pegolo, membro del Comitato nazionale di Gestione del Prc "Leggo sulle agenzie di stampa il comunicato a firma comitato di gestione del Prc sulla manifestazione di Torino, indetta sulla vicenda della fiera del libro. Quel testo non mi è stato sottoposto in qualità di membro del comitato di gestione e mi è quindi del tutto estraneo. Nel merito ritengo che sulla vicenda fosse opportuno assumere una posizione più articolata in considerazione del fatto che al di là del diritto ad un pluralismo culturale non soggetto a limiti, resta il fatto politicamente grave che è stato attribuito ad Israele il ruolo di ospite d'onore della fiera del libro. Di fronte a ciò che sta avvenendo in Palestina non vi possono essere ambiguità. Ogni riconoscimento alla politica dello stato di Israele - seppure in iniziative culturali - suona in questa fase come legittimazione dei suoi comportamenti nei confronti dei territori occupati e per tanto non è condivisibile.
Roma, 8 maggio 2008
Non nascondo un certo stupore quando leggo articoli su organi di informazione locale non troppo rispondenti alla verità. Mi spiego meglio. L'articolo di Bracone su “Termolionline”, riguardo le nomine effettuate dal Sindaco di Termoli al Consorzio Industriale, recita che lo scrivente appartiene ai “riconfermatissimi baluardi” in quanto “puntelli della Greco strategy al Cosib”.
Su questo ci sarebbe da dire, ma non voglio annoiare con l'autocitare miei comunicati e atti. Cito soltanto il fatto quando, appena insediati, ero subito in dissenso con le decisioni assunte nella nostra delegazione di votare il bilancio consuntivo, e infatti non l'ho votato (invero, insieme al rappresentante della CDC). L'autonomia decisionale del sottoscritto e del mio Partito non è stata mai in discussione. Forse potevo fare meglio e di più... Ma tant'è!
Chiariamo il fatto che la riconferma del sottoscritto è stata decisa dal mio Partito. Il Sindaco ha solamente richiesto al nostro rappresentante istituzionale il nome per il PRC da inserire nella rosa delle nuove nomine al Cosib. Pertanto interpreto la riconferma del sottoscritto come atto di favorevole giudizio da parte del mio Partito rispetto all'operato svolto nell'Ente in questo travagliato anno. Aggiungo subito che non ritengo affatto di proseguire a tutti i costi nel mio mandato, tant'è che ho già riferito al segretario cittadino di porre in discussione la mia nomina per pensare ad un avvicendamento del sottoscritto. Ritengo utile ed opportuno che qualche altro compagno faccia esperienza e possa impegnarsi in quell'ambito.
La “Greco strategy al Cosib”, citata nell'articolo, fa un po' da sorridere. Di quale strategy si parla se siamo stati costantemente schiacciati dall'accordo trasversale che si è consumato, in modo sfrontato e vergognoso, tra il Partito Democratico e il Partito delle Libertà e così estromessi da qualsiasi percorso decisionale nell'Ente. Tutto è rimasto evidentemente in premessa, a partire dall'apertura ai territori decisa dal Comune di Termoli nel votare due sindaci bassomolisani nel Direttivo. Primo caso nella storia del Cosib e in assoluta controtendenza col passato!
Oggi, però, sono altri a "sciacquarsi la bocca" con l'apertura al territorio (concependo addirittura un fantasioso secondo polo urbano di 4 comuni nel POR in contrapposizione al vero polo urbano di Termoli!). Io allora mi chiedo e chiedo a questi "paladini bassomolisani": ma quale idea hanno di sviluppo del territorio bassomolisano? Ma è pensabile e possibile uno sviluppo armonico del nostro territorio in contrapposizione a Termoli?
Non intendo, infine, ritornare sulla miriade di lettere, dichiarazioni e comunicati stampa che abbiamo rilasciato, pubblicamente e privatamente, in materia consortile, ove già si denunciava il nefasto trasversalismo della Presidenza che frustrava e rendeva impossibile attuare qualsiasi azione propositiva in quell'Ente. Una sorta di accerchiamento scientificamente pianificato da alcuni elementi del Comitato direttivo dell'Ente, evidentemente in ossequio ad una strategia "più alta", che troverebbe la summa nella imbarazzante proposta di legge regionale di riordino dei consorzi industriali, in discussione in questi giorni.
Antonello Manocchio
Giovedì 8 maggio 2008, alle ore 10.00, presso la Sala Consiliare del Municipio di Termoli, avrà luogo la conferenza stampa di presentazione della Mostra sulla vita e le opere di Andrea Pazienza, genio assoluto del fumetto italiano scomparso prematuramente nel 1988.
La Mostra, patrocinata dall'Assessorato alla Cultura e organizzata dall'Associazione artistico-culturale “Andrea Pazienza” di Termoli, si terrà presso la Galleria Civica d’Arte Contemporanea dal 10 al 24 maggio.
Alla cerimonia di inaugurazione, che avrà luogo il 10 maggio alle ore 18.00, interverranno artisti, docenti e amici di “Paz”, che lo hanno conosciuto e frequentato durante il periodo di studi a Pescara. Durante l’inaugurazione, inoltre, saranno proiettate diapositive di lavori inediti dell’artista.
La mostra sarà articolata in tre sezioni:
Concorso Artistico per allievi dei Licei Artistici “G. Misticoni” di Pescara, “G. Manzù” di Campobasso, “B. Jacovitti” di Termoli;
Tributo artistico dei soci dell’Associazione “Andrea Pazienza” di Termoli;
Mostra biografica “Andrea Pazienza. La vita e le opere” Noleggiata presso il Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona.
Andrea Pazienza: breve biografia
Andrea Pazienza, genio assoluto del fumetto italiano, nasce a San Benedetto del Tronto il 23 maggio 1956. Passa l'infanzia a San Severo, in provincia di Foggia. A tredici anni si trasferisce a Pescara, dove frequenta il Liceo Artistico e partecipa al Laboratorio comune d'arte “Convergenze”. È già praticamente un genio del disegno, e pochi intorno a lui faticano ad accorgersene, anche perché Andrea è un tipo esuberante e vulcanico, dalla creatività incontenibile. Terminati gli studi liceali si iscrive al DAMS, a Bologna. Nella primavera del 1977, la rivista “Alter Alter” pubblica la sua prima storia a fumetti: “Le straordinarie avventure di Penthotal”.
Nell'inverno 1977 partecipa al progetto della rivista underground “Cannibale”. È tra i fondatori delle riviste “Il Male” e “Frigidaire”, e collabora alle più importanti testate giornalistiche del panorama italiano, da “Satyricon” de “la Repubblica”, a “Tango” de “l'Unità”, al quindicinale indipendente “Zut”, mentre continua a scrivere e disegnare storie per riviste quali “Corto Maltese” e “Comic Art”.
Disegna inoltre manifesti di cinema e di teatro, scenografie, costumi e abiti per stilisti, cartoni animati, copertine di dischi, pubblicità. Nel 1984 Pazienza si trasferisce a Montepulciano. Qui realizza alcune delle sue opere più importanti, come “Pompeo” e “Zanardi”. Collabora a varie iniziative editoriali fra cui “L'Agenda Verde” della Lega per l'Ambiente.
Il crescente successo riscontrato in campo grafico non gli impedisce di dipingere. Espone nuove opere sia nel 1982, in occasione della rassegna Registrazione di Frequenza presso la Galleria Comunale d'Arte Moderna di Bologna, sia nel 1983, presso la galleria milanese Nuages e alla mostra Nuvole a go-go presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma (con Francesco Tullio Altan e Pablo Echaurren). Inoltre, decora con pitture murali l'aula del Polo Didattico della Facoltà di Lettere di Genova.
Andrea Pazienza muore improvvisamente a soli trentadue anni, il 17 giugno 1988, a Montepulciano, fra lo sconcerto dei suoi cari e dei suoi collaboratori, lasciando un vuoto incolmabile, non solo artistico, ma anche di vitalità, fantasia, sensibilità e gioia di vivere. Voci non confermate parlano di un ritorno all'eroina, da cui era riuscito ad allontanarsi da tempo, o di un suicidio indotto da overdose (a tale proposito sembra quasi autobiografica la storia Pompeo, del 1985, nella quale vengono affrontate senza false ipocrisie e con crudo realismo le problematiche legate all'uso delle droghe pesanti).

Dopo aver letto le dichiarazioni del cosiddetto Onorevole Gianfranco Fini, c’è da chiedersi se siano state rilasciate in piena facoltà di intendere e di volere, o se siano state dettate da un particolare stato di allucinazione. Nel secondo caso, poco male, anche se non è bello che la terza carica dello Stato entri in stato di ebbrezza nelle case di milioni di cittadini; nel primo caso, invece, bisogna preoccuparsi, e molto, perché sarebbe la dimostrazione che sotto la cipria democratica ribolle un’anima squadrista, la stessa dei criminali che hanno pestato a morte Nicola Tommasoli. Poco importa se gli assassini abbiano agito in nome di qualche “riferimento ideologico” o per pura bestialità; questo, saranno le inchieste a stabilirlo (speriamo). Quello che conta è che la terza carica dello Stato ritiene che un gesto simbolico e una protesta democratica, se rivolti contro lo Stato di Israele, siano molto più gravi di un omicidio.
Dato che non si tratta dell’opinione di un ubriacone da osteria, ma di quella del Presidente della Camera dei Deputati, siamo obbligati a prenderla sul serio ed a chiederci se non si tratti di una sorta di “via libera” a chi, magari, vorrebbe trasformare la manifestazione di Torino contro l’invito, quale “ospite d’onore”, ad uno Stato che ha violato e viola sistematicamente ogni norma del diritto internazionale ed umanitario, in una riedizione della macelleria messicana di Genova 2001.
Di fronte ad un simile scenario, la cosa peggiore da fare sarebbe quella di lasciarsi intimidire: al contrario, è importante che a Torino, sabato 10 maggio, scendano in piazza gli amici del popolo palestinese, della pace e della giustizia, quelli che pensano che una vita – sia quella di un ragazzo veronese o quella di uno shebab palestinese – valgono infinitamente di più di un pezzo di stoffa, e che il diritto di manifestare anche contro lo Stato di Israele non è nella disponibilità del cosiddetto Onorevole Gianfranco Fini. Il diritto di manifestare e di esprimere liberamente le proprie opinioni questo Paese se lo è conquistato con lunghe e dure battaglie , anche sanguinose, contro gli antenati politici del cosiddetto Onorevole Fini: portiamo questa consapevolezza nella piazza di Torino.
Germano Monti (Forum Palestina)
Apprendiamo mestamente che non ce l'ha fatta Nicola, il giovane 29enne pestato a morte, a Verona, da tre nazistelli.
Mentre assistiamo -non da ora- a questa recrudescenza fascista, il neo Presidente della Camera minimizza l'efferata aggressione fascista tentando di depistarla verso lo scontro ideologico.
Poco di buono da aspettarsi da questa gente, pronta ad assolvere gli squadristi e i picchiatori ed a criminalizzare la manifestazione di Torino e i centri sociali. Si ha già l'idea di cosa ci aspetta in futuro.
Compagni, non abbassiamo la guardia, chi pensa di cancellare i comunisti non è mai stato così lontano dalla verità!

Due parole sul congresso: non è completamente vero che, come più volte ripetuto dal compagno Giordano, ne è stato anticipato lo svolgimento. Ricordo molto bene quando, a metà dicembre in questa stessa sala, ne votammo il rinvio e decidemmo che si sarebbe dovuto effettuare sulla base della data in cui si sarebbero svolti gli appuntamenti elettorali. E’ vero invece che tutti erano convinti che ci sarebbe stato un’ulteriore e ingiustificato rinvio a dopo l’estate. Questo per amore di verità.
Alcuni compagni hanno sottolineato come siano state inopportune alcune dichiarazioni fatte dai dirigenti del partito pochi giorni prima delle elezioni. Io credo che non fossero solo inopportune, ma in aperto contrasto con la moratoria al dibattito interno votata al CPN scorso. Non mi hanno sorpreso però, perché il progetto di svuotamento dell’identità comunista del Prc era in atto da tempo. Quello che mi ha sorpreso è la boutade di Fausto Bertinotti “il progresso del processo unitario passa anzitutto per un buon risultato alle elezioni del 13 e del 14 aprile”. E qui mi riallaccio con l’intervento della compagna Fraleone, che si chiedeva se solo lei avesse saputo di iscritti che non avevano votato la Sinistra L’Arcobaleno. No cara compagna, io ne conosco tanti, e non riesco nemmeno a biasimarli. Scippati del congresso si sono ritrovati in un progetto non deciso da loro e, nonostante tutto, da militanti, lo avrebbero anche appoggiato alle elezioni, sapendo però che dopo sarebbe stato il congresso a stabilire eventualmente tempi e modalità del nuovo soggetto. L’autogol è stato nel chiedere a compagni che, parafrasando Concetto Marchesi, per la deriva intrapresa dal partito sono arrivati ad avere l’animo degli oppressi senza averne ancora la rassegnazione, di infliggersi da soli il colpo di grazia.
Marco Trapassi (Fed. di Parma)